Achille Pellizzari.
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Canti di Ben-Aly.
Per le nozze di Michele Lupo-Gentile con Gisella Berghini, 28 Dicembre 1908.
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1908. Sarzana Editore per i tipi di L. Medici, NAPOLI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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OMAGGIO DELL'AUTORE E DELL'EDITORE.
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Mio caro e buon Michele,
tu sai di che cuore io avrei voluto esserti vicino oggi, e godere presso a te della tua gioia, e farti con la viva voce gli augri pi fervidi d'ogni bene, stringendoti forte, amico mio, in un abbraccio fraterno. Perch tu sai quale affetto mi unisca a te, quale stima io faccia dell'animo tuo, quanto ti apprezzi, io che ti conobbi - ahim, son gi tant'anni! - la prima volta, quando, ancra ragazzo, tutto stretto in una veste d'isolano ritegno, che poteva sembrare ruvidezza ed era sgomento della tua nuova vita, venisti ai comuni studi a Pisa; e poi t'ebbi sempre pi intimo, sempre pi fido, sempre pi caro, gli anni della scuola e, pi che mai, gli anni che insieme facemmo le prime prove nell'insegnamento. Quanta solitudine, quanta tristezza hai sgombrate dall'animo mio; quanto bene m'ha fatto in certi momenti averti vicino, buono e gentile come un buon fratello! E quanto ti debbo per tutto questo, e quanto vorrei darti! E quanto poco ti posso dare!
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Nemmeno posso esserti vicino, e farti cos piacere: poi che certo, vedere che gli altri godono della nostra felicit,  un gran piacere: direi quasi ch' la felicit pi pura che talora ci riserbi la vita. Ma la vita n' tanto avara!
Pure, se non posso esserti vicino, voglio che almeno tu oggi oda la mia voce, che tu sappia come a te e alla Gentile che hai eletta per compagna della tua vita, il tuo e vostro amico invii dal profondo del cuore quei medesimi saluti commossi, quei voti di pace e di serenit perenne, che i Vostri pi intimi formano in questo giorno medesimo, con trepida gioia, pel vostro avvenire, per l'avvenire della vostra nuova famiglia. E voglio pure che, insieme con la voce mia, te ne giunga un'altra, che certo non ti sar meno gradita: una voce soave e lontana della tua terra, fatta di sole e di bont: eccoti cinque canti siciliani, eccoteli, senza n apparato filologico n note critiche n glosse n raffronti n altre cose noiose, sconvenienti alla gentile solennit delle tue nozze. Forse tu sai come io gli ebbi; forse anche non lo rammenti pi.
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Avevo, amico mio, diciassette anni: ahim, s, anch'io ho avuto diciassette anni, e mi par gi tanto lontano quel tempo! Gli  che, certo, noi invecchiamo assai pi rattamente col pensiero, con la memoria, e i rimpianti e i vani desidri e i vani dolori dell'anima nostra immortale, che non col presto corrompersi della nostra veste corporea. Avevo dunque diciassette anni, ed ero in campagna, a Ben-Aly, presso Siracusa, sur una specie d'altopiano, d'onde, a vista d'occhio, lo sguardo correva per grigie distese d'ulivi e verdi trame di pampini, lontan lontano, sin dove, quasi all'orizzonte, Ortigia, divinamente bianca, si tuffava nel mare. La casetta dove abitavo era piccina piccina; ma gli ulivi che le facevan corona, avevan tronchi secolari e folte chiome, larghe, nelle ore del meriggio, d'un pio stormire e d'una grata ombra. Quanti sogni, quanti bei sogni ho tessuti, guardando tra le foglie d'argento i ricami azzurri del cielo; perch, nelle ore meridiane il sole batteva forte, e pi conveniva fantasticare al rezzo che correre pei campi e per le forre. Quanti bei sogni, amico mio, che non ricordo pi!
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Poi veniva dal cielo la sera, e dal mare il soffio fresco del maestrale: si levava la luna, gli ulivi secolari mormoravano fra loro chi sa quali vecchie storie, le pecore tornavano a branchi agli ovili: si udiva qua e l un tinnir di campane, un echeggiar lontano di canti morenti; i contadini si raccoglievano a veglia l presso, sull'aia, all'aperto, e io me ne stavo con loro. C'erano i vecchi, alti, diritti, con volti bronzati, severi come i profili delle monete antiche; e c'erano i giovani e le giovani dal naso aquilino e dagli occhi fieri: creature magnifiche di forza e di bellezza: tutta una razza nobile e gagliarda, che pareva avesse raccolto assieme l'agilit ferina degli Arabi vicini con la quadratura possente dei conquistatori Romani.
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Discorrevano pacati e gravi, come magistrati a consesso: talvolta m'incutevano rispetto. Poi, i giovani cantavano: cantavano da soli, un dopo l'altro, senza n accompagnamento n coro, canzoni d'amore, ardenti e tristi. La loro poesia era fiorita d'immagini profonde ed ingenue; la melodia, strana e melanconica, con inseguirsi e ripetersi di motivi fondamentali, accorati come nenie funebri, da strappare le lagrime. Io mi sdraiavo per terra, con le mani sotto il capo., e guardavo la luna che si muoveva l in alto, lenta, lenta, e faceva impallidir le stelle sul suo cammino; e ascoltavo, scandite da uno stormire sommesso di fronde, quelle canzoni d'amore; e pensavo tante cose buone e dolci, e qualche volta mi commovevo - di che? -, e piangevo in silenzio, lagrime grosse e fitte, che mi cadevan su le guancie e si perdevan nell'erba. Nessun riso mai  stato per me pi soave di quel pianto!
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Oh, chiare notti di settembre; oh, serenit conclusa di Ben Aly; oh tenerezza e bont dei diciassette anni!.. Le notti ritornano; ma quant'altre cose non tornan pi!
No, non  vero, amico mio, ch'io ti dia poco: dico, di quello ch'io posso dare. T'ho trascelto uno dei ricordi pi soavi della mia vita, ed  il pi e il meglio ch'io ti possa dare.
Questi canti di Sicilia, me li dett una sera Turi, un contadino ch'era mio amico, e aveva un anno pi di me; e la luna splendeva cos ch'io li scrissi, appoggiandomi al murello d'un pozzo, senz'altra luce che quella sua, che imbiancava ogni cosa. Ora, li regalo a te: c' la voce della terra tua, e c' un poco dell'anima mia.
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Il tuo Achille.
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Napoli, dicembre 1908.
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 1.
Suseti, bella, e suseti matinu:
senti lu cantu di lu rusignolu;
sutta lu tou palazzu cc' un giardinu,
un per' aranciu caricatu d'oru;
d'ogni ramuzza cc' fattu lu niru;
stira la manu e ti nni pigghi unu,
e ti lu metti 'ntra 'na gargia d'oru.
La gargia site vui, donna d'amuri,
l'acellu sugnu eu, chi cci aju a stari.

1.
 Levati, bella, levati al mattino:
sentirai gorgheggiare il rosignolo;
ch sotto al tuo palazzo c' un giardino
e un pi d'arancio caricato d'oro,
pieno di nidi per ogni rametto;
tendi la mano e pigliatene uno,
e ponlo dentro d'una gabbia d'oro.
La gabbia siete voi, donna d'amore,
ed io sono l'uccel, che ci ho da stare.

2.
Quannu nascisti tu, ninfa d'amuri,
tutti sonaru all'armi li campani;
la cresia  china di strumenti e lumi,
sinu a la fonta di lu vattezzari.
Vinninu stanchi li mastri pitturi:
'na bella com'a tia un pottenu fari!

 2.
Quando nascesti tu, ninfa d'amore,
suonaron tutte a stormo le campane;
la chiesa, si riemp di luci e suoni,
insino al fonte tuo battesimale.
Invano si stancarono i pittori,
una tua pari non seppero fare.

3.
Sugnu picciottu e campu disperatu;
amu a sta bella e nun la pozzu aviri,
i di la pena ni caru malatu.
Idda lu sappe e mi vinne a bidiri;
'ntra le manuzze mi portau un granatu,
'ntra lu pettuzzu dui puma gentili.
Idda mi risse: ciaura, malatu,
ca pi 'na bella ti lassi moriri!

 3.
Son giovinotto e vivo disperato:
amo una bella e non la posso avere,
e la pena mi fa cader malato.
Ella lo seppe e mi venne a vedere;
nelle manine mi port un granato,
nel picciol petto due pomi gentili:
e - Tieni, odora, mi disse, malato
che d'una bella ti lasci morire!

 4.
Amuri, amuri, quantu si' lontanu!
Cui ti lu cunza lu lettu a la sira?
Cui ti lu cunza, ti lu cunza malu;
malateddu ti susi a la matina.
Ah, dio, ti lu cunzassenu sti mani!
Ma almeno  niente 'na vota a sira.

4.
Amore, amore, quanto sei lontano!
Chi ti prepara il letto quando  sera?
Certo, chi te lo f, ce lo f male,
e malatino t'alzi alla mattina.
Ah, dio, lo rifacesser queste mani!
Poco sarebbe anche una volta a sera.

5.
Stilla ca curristi a lu levanti
e duni acqua a dui ciumi currenti,
aman' a unu, nun n'amare a tanti,
l'autri ti li levi di la menti.
Lu viri comu si', p'amare a tanti!
T'ardi, ti consumi e nun fai nenti.
Viri che t'ha venutu un novu amanti;
diccilucelu no, fallu contenti!

5.
Stilla che corri ognor verso levante,
e a due fiumi correnti l'acqua dai,
amane un solo, non ne amare tanti,
e tutti gli altri togliti di mente.
Vedi, per amar tanti, come sei!
T'ardi e consumi, e non concludi niente.
Vedi che t' venuto un nuovo amante:
digli di no, rimandanelo in pace.
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FINE.
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Nota del curatore sulla parola Stilla. Traduco cos lo stilla del testo, non senza qualche dubbio. Il Nuovo dizionario siciliano-italiano del MORTILLARO, non registra la voce stilla, e sotto stidda non pone esempi che corrispondano alla stilla italiana, nel senso di "piccola goccia"; ma il Nuovo vocabolario siciliano-italiano del TRAINA ha la voce stilla, rimanda a stidda, e sotto questa avverte: "Vi  esempio anco per stilla, piccola goccia". D'altra parte, la stilla che corre verso levante, mi par meno strana della stella che d acqua a due fumi correnti.
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FINE.